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Generazioni: mondi a confronto

È un argomento di grande attualità, di quelli che “fanno tendenza” e sono ormai onnipresenti in convegni e tavole rotonde di ogni tipo. Del resto, il confronto intergenerazionale ha ripercussioni in tutti gli ambiti della vita: dalla famiglia al lavoro, dalla cultura all’intrattenimento, dalla vita pubblica alle associazioni di ogni tipo, per non parlare del mondo dei consumi.

Da sempre, il succedersi delle generazioni porta con sé il confronto e lo scontro tra chi rappresenta momenti di storia diversi e attitudini a leggere e interpretare la vita secondo paradigmi differenti.

Cosa è cambiato, quindi, ora? Cosa ha fatto ingigantire una questione quasi fisiologica tanto da farla diventare un problema di dimensioni preoccupanti?

Potrebbero esserci vari tipi di risposte, ognuna delle quali apre le porte su questioni importanti e di vasta portata.

Ci limiteremo qui a proporre qualche spunto di riflessione, utile per invitarvi a ulteriori approfondimenti.

 

Quanto dura una generazione?

Innanzitutto, cosa si intende per generazione? La letteratura definisce la generazione come un insieme di persone che sono nate e vissute in un determinato periodo di tempo e, perciò, condividono alcuni aspetti e valori del vivere presente – perché hanno esperienze tra loro vicine – e hanno una visione simile del futuro.

Le generazioni, col passare degli anni, coprono un arco di tempo sempre più piccolo.

La Greatest Generation comprende i nati dal 1901 al 1927, più di un quarto di secolo; la generazione successiva, denominata Generazione Silenziosa è durata già meno,dal 1928 al 1945, ed è stata seguita dai famosi Baby Boomers (1946-1964). Questi sono stati sostituiti dalla Generazione X (1965-1980), e poi dalla Generazione Y – o Millennials che dir si voglia – (1981-1996), per arrivare alla Generazione Z, iniziata nel 1997 e già conclusasi nel 2012. I nati di questi ultimi ultimi anni già appartengono a una nuova generazione, la Generazione Alpha.

Siamo quindi passati da generazioni che coprivano tra i venti e i venticinque anni a generazioni che a fatica coprono quindici anni.

Cosa significa questo? E quali sono le motivazioni di questa accelerazione?

È chiaro che le generazioni tengono il ritmo del tempo del mondo; se questo porta cambiamenti sempre più veloci, ne derivano profili sociologici sempre diversi; questo vuol dire che, anche con età abbastanza ravvicinate – ben al di sotto del divario fisiologico che esiste tra genitori e figli – le persone appartengono a culture diverse.

Ciò ha ripercussioni importanti in ogni tipo di ambiente, da quello famigliare (in cui, peraltro, si diventa genitori ad età sempre più avanzate) a quello professionale.

È sempre più urgente e importante, quindi, sviluppare il dialogo e il confronto tra le generazioni per permettere le sinergie e le contaminazioni culturali utili allo sviluppo della civiltà.

 

L’importante è avere un pubblico

Se è vero che stiamo assistendo a un fenomeno di velocizzazione del succedersi delle generazioni, è anche vero che il confronto e lo scontro tra generazioni è una costante che ha da sempre accompagnato le dinamiche della società di ogni tempo.

Oggi questo aspetto sociologico, assolutamente naturale, sta subendo una spettacolarizzazione da parte dei media – come accade per tanti altri aspetti del tutto normali della vita – con la conseguente acuizione delle caratteristiche e delle ripercussioni stesse del problema.

Vuol dire che il confronto intergenerazionale non merita alcuna attenzione? Al contrario, è un punto d’interesse molto importante per il benessere sociale generale.

Forse, però, anziché sottolineare i rischi e i pericoli della varietà di culture e di stili di apprendimento delle varie generazioni, sarebbe più utile concentrarsi sul valore che l’eterogeneità e la poliedricità intellettuale possono apportare in ogni campo e in ogni ambito di vita.

 

Quando al lavoro non ci sono solo “genitori” e “figli”

Accanto a delle generazioni dalla vita sempre più corta, c’è una vita professionale che diventa sempre più lunga.

Se pensiamo che, negli anni ’80, i dipendenti statali andavano in pensione a 39 anni di età anagrafica, ci può sembrare quasi una situazione fantascientifica.

Ora, nelle aziende, ci sono dipendenti che si avvicinano ai settant’anni di età; questi, se messi in relazione ai nuovi assunti della Generazione Z, possono essere, da un punto di vista generazionale, i trisavoli.

Diventa impegnativo trovare terreni comuni di incontro e di confronto quando il divario intellettuale e culturale e così ampio; è necessario guidare e sostenere le persone nella ricerca e nella valorizzazione di modalità relazionali e di comunicazione efficaci.

Non si tratta di metterci solo la “buona volontà” come talvolta si sente dire; si tratta di creare condizioni di lavoro adeguate e funzionali alla creazione e al mantenimento di sinergie positive.

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