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Autoefficacia e capacità agentiche: le nuove frontiere dello sviluppo personale

Anni ’90. Nelle aziende imperversa la frase: “sapere, saper fare, saper essere”. E la sintesi di questa già sintetica affermazione è una sola parola: competenza. Competenza, perciò, è considerata la summa del sapere, del riuscire a mettere in pratica quanto si sa, e del saper interpretare quel sapere e saper fare in modo coerente col ruolo ricoperto, con i valori aziendali, col contesto sociale in cui ci si esprime.

Fine anni ’90-inizio anni 2000. Il “saper essere” è diventato un accessorio, quasi un inutile orpello che rischia soltanto di rallentare la produttività e far diminuire i risultati. Quel che conta non è più neppure tanto il “sapere”, o il “saper fare”. Quel che conta davvero è l’efficacia, il raggiungimento degli obiettivi, l’ottenimento di risultati sempre più sfidanti.

Da ormai quasi una decina d’anni, in un periodo storico in cui ricercare la sostenibilità e l’ecologia in ogni ambito della vita è diventato un must, ci si è resi conto che è necessario tornare sui propri passi, riconsiderare le peculiarità della natura umana e farsi altre domande.

Non si è trattato di fare scoperte nuove, bensì di riconsiderare teorie e studi che, già negli anni ’90, erano stati sviluppati da Albert Bandura, uno psicologo canadese famoso anche per la sua teoria dell’apprendimento sociale, in particolare per il suo impatto sulla teoria sociale cognitiva.

Secondo questo studioso, l’essere umano è un agente attivo, cioè una persona che interagisce in modo consapevole con gli eventi esterni per perseguire i propri obiettivi. Ecco che la capacità umana di fare accadere gli eventi, di intervenire sulla realtà figlia di una struttura causale interdipendente, viene definita da Bandura come “agenticità della persona”.

Le persone sono cioè stimolate ad agire perché sono convinte di poter perseguire, grazie alle loro azioni, gli obiettivi che si sono prefissate. Ecco che il senso di “autoefficacia” diviene il vero “motore” dell’azione.

Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati. Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un effetto profondo su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto” (A. Bandura).

L’autoefficacia è un concetto sostanzialmente diverso rispetto all’autostima poiché “Il senso di autoefficacia riguarda giudizi di capacità personale mentre l’autostima riguarda giudizi di valore personale.” (A. Bandura).

Le strategie suggerite da Bandura per lavorare sul senso di autoefficacia sono quattro:

Esperienze dirette di gestione efficace. Le esperienze personali e la memoria di situazioni affrontate con successo rappresentano una fonte notevole per acquisire il senso di autoefficacia.

Esperienze vicarie. L’osservazione di persone e modelli che raggiungono i propri obiettivi attraverso l’azione e l’impegno incrementa in chi osserva la convinzione di potercela fare.

Persuasione verbale. La fiducia che gli altri ripongono in noi aiuta certamente a sviluppare il senso di autoefficacia.

Stati fisiologici e affettivi. Una buona condizione emotiva aiuta a sentirsi fisicamente e psicologicamente bene aumentando così il senso generale di autoefficacia.

Infine, Albert Bandura sostiene che l’essere umano è ugualmente agente, sia quando esegue un’azione sia quando riflette sulle proprie esperienze, in quanto esercita comunque un’influenza, sia pure su di sé.

Da queste considerazioni, si possono individuare quattro specifiche capacità agentiche:

Capacità di anticipazione. Cioè la capacità che permette a una persona di proiettarsi nel futuro, di anticipare possibili scenari e di definire mete e azioni future.

Capacità di autoregolazione. Cioè la capacità che permette a una persona di monitorare la propria condotta e sostenere l’impegno, regolando le reazioni emotive e i conseguenti comportamenti.

Capacità di apprendimento vicario. Cioè la capacità di una persona di espandere le proprie competenze attraverso l’osservazione degli altri, individuando le strategie migliori e sapendole declinare e interpretare sulla personale situazione per raggiungere il miglior risultato possibile.

Capacità di autoriflessione. Cioè la capacità di una persona di rielaborare le esperienze vissute, confrontando azioni e conseguenze, ed arricchendo la conoscenza di sé.

Autoefficacia, capacità agentiche: quindi, sapere e saper fare non servono più? In azienda c’è bisogno di filosofi e asceti e non di gente che lavora?

Talvolta, se non proprio in questi termini, si sentono domande e riflessioni di questo genere. Non si tratta di non apprezzare il lavoro, l’impegno e i risultati. Si tratta di valutare e sviluppare ciò che, prioritariamente, consente alle persone di crescere, di dare il meglio di sé, di predisporsi all’apprendimento e all’espressione di quanto necessario per essere efficaci in una determinata professione, ma anche nella vita.

Ecco quindi che le competenze diventano il risultato della mobilitazione di capacità e modalità di comportamento, e non più presupposti imprescindibili da cui iniziare un percorso di sviluppo personale.

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