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Prospettive d’arte e visioni sulla leadership

Modus Maris propone tra i suoi percorsi di sviluppo della leadership un’esperienza particolarmente efficace, capace di raggiungere veramente la persona che decide di farsene coinvolgere: “Dall’Arte alla Leadership”. Non più teorie, simulazioni, questionari e attività varie, bensì un profondo colloquio che ogni persona fa con se stessa, attraverso esperienze profonde capaci di creare connessioni e colloqui unici e irripetibili con ogni singolo leader.

L’arte è trasformazione, ricerca, creazione e restituzione al mondo di nuovi significati, così come la leadership. Niente può creare sinergie e scambi trasformativi come queste due entità.

In questo blog, vi proponiamo la lettura di alcune straordinarie opere d’arte che ci guidano nella riflessione sulla prospettiva, elemento dal quale la leadership non può essere disgiunta. Vi proponiamo inoltre alcune domande stimolo per contestualizzare l’analisi nella realtà professionale e strategica del vostro team e della vostra azienda.

 

“Cristo morto” – Andrea Mantegna (1431-1506)

La centralità dell’essere umano

Siamo in pieno Rinascimento, un periodo storico contrassegnato dai grandi cambiamenti e dal mutamento di prospettiva nell’osservazione e nell’interpretazione dell’Uomo. Mentre nel Medioevo l’Uomo non ha alcun valore, se non come membro di una collettività o di un ordine, il Rinascimento viene definito dal famoso storico svizzero del XIX secolo, Jacob Burckhardt, come immanentista, antropocentrico e particolarista. L’Uomo diventa quindi un elemento centrale dell’universo, assume un’identità specifica e assegna una connotazione più concreta e meno trascendente al suo rapporto col tempo e con lo spazio.

Nel “Cristo morto” il Mantegna offre all’osservatore la magia della prospettiva che evidenzia aspetti diversi di una medesima realtà, in base al punto di osservazione.

Il Cristo, se osservato da distante, propone una forte tridimensionalità, con i piedi che, uscendo dalla lastra di pietra su cui è adagiato, sembrano invadere lo spazio esterno al quadro. Più ci si avvicina, più ci si rende conto che l’autore ha usato due punti di osservazione diversi per dipingere Gesù e i dolenti. Questi ultimi sono ritratti come se fossero visti dalla loro altezza, e presuppongono un orizzonte molto basso. Il corpo del Cristo, invece, presenta un punto di osservazione più alto, che si trova fuori dai margini del dipinto, per poter rappresentare la figura in modo più leggibile e non schiacciato dalla prospettiva.

Avvicinandosi al dipinto, si perde di vista la dimensione dell’insieme della scena, e ci si concentra sui particolari quanto mai realistici, delle piaghe sul corpo esanime di Gesù e delle smorfie di dolore di una Madonna molto terrena, vecchia e affranta.

Quest’opera d’arte è l’apoteosi della potenza della prospettiva che riesce a raccontare realtà multiple e a descrivere aspetti diversi di una stessa situazione e di una stessa persona, in relazione al punto di osservazione che si sceglie e al significato che si vuole attribuire alla narrazione di un’esperienza.

Il “Cristo morto” è un trattato filosofico che passa attraverso la maestria della pittura anziché quella delle parole, ma espone una teoria ormai inequivocabile e sempre più attuale: non esiste una sola realtà, non esiste una sola verità, non esiste un fenomeno certo e replicabile in tutto l’universo.

La nostra maestria, come quella straordinaria dell’artista, sta nell’essere consapevoli dell’indeterminatezza del mondo in cui viviamo e nel riuscire a scegliere la prospettiva adeguata rispetto a ciò che vogliamo capire per noi e rappresentare agli altri. Sta anche nel permettere agli altri la libertà di poter avere, a loro volta, più prospettive attraverso le quali interpretare quanto è a loro disposizione.

 

Domandiamoci ora:

In che modo entro nell’ottica di sperimentare prospettive diverse dalla mia?
Quale prospettiva mi rimanda il mio collaboratore? Il mio cliente? Il mio stakeholder? Quali punti ciechi rischio di avere?

 

“San Marco predica in Alessandria d’Egitto” – Gentile (1429-1507) e Giovanni (1430-1516) Bellini

Lo spazio è il punto di partenza

In questo quadro, Alessandria d’Egitto è una sintesi di Costantinopoli e Venezia vista con gli occhi dei pittori rinascimentali Gentile e Giovanni Bellini. Anche la chiesa sullo sfondo, ricorda allo stesso tempo la Basilica di San Marco di Venezia e quella che oggi è la moschea di Santa Sophia a Istanbul (l’allora Costantinopoli).

Il dipinto è ricco di particolari, ed è abitato da una moltitudine di personaggi, tutti inseriti all’interno della piazza che si dispiega davanti agli occhi di chi osserva l’opera d’arte.

Alla base dell’intera opera c’è una griglia prospettica rigorosa che permette ai tanti personaggi, agli innumerevoli dettagli, ai diversi punti di azione di collocarsi in maniera armoniosa.

Prima di tutto, quindi, c’è lo spazio, il vuoto, ciò che accoglie il contenuto e ne determina forma e significato.
Ed è questa la riflessione che può essere estrapolata dall’analisi del quadro e declinata nella realtà della vita quotidiana. L’importanza dello spazio prima ancora dell’azione e dei protagonisti.

Questo momento di vuoto e di silenzio riesce ad andare al di là della relazione spazio-temporale che spesso sembra essere unico punto di riferimento del nostro esistere; se non c’è prima la prospettiva armoniosa dello spazio, tutto il resto rischia di essere accatastato senza ordine e senza finalizzazione.

È importante recuperare la capacità, che questi pittori hanno sapientemente espresso nel quadro, di creare il punto di partenza da cui e in cui sviluppare la nostra personale opera d’arte.

Ecco alcune domande sulle quali riflettere in quanto team leader:

Che valore ha per me il vuoto?

Come e quando riesco a coltivare il vuoto nella mia vita personale e professionale?

 

“Sposalizio della Vergine” – Raffaello Sanzio (1483 – 1520)

Quando l’equilibrio esalta la prospettiva

Quest’opera è una pala d’altare che Raffaello dipinse quando aveva ventun anni. La giovane età dell’artista non ha impedito l’espressione della ricerca di una totale armonia e del continuo equilibrio tra tutti gli elementi del dipinto.

Sia l’architettura sia la disposizione dei personaggi esprimono il senso del bilanciamento dell’insieme che porta l’osservatore a cogliere un senso di perfezione e di grande compostezza di tutta la situazione rappresentata.

Tale percezione non si limita all’architettura e al posizionamento dell’intero gruppo di persone, ma arriva anche dalla dignità e dall’eleganza delle emozioni rappresentate: il pudore di Maria, la maturità di Giuseppe, la delusione del giovane pretendente che spezza il ramoscello non fiorito, ma lo fa con grazia, quasi in una specie di passo di danza.

Alla stessa maniera, l’architettura che emerge dal fondo dell’opera pare un omaggio alla bellezza che nasce dai rapporti geometrici ordinati, i quali esaltano a loro volta l’armonia della struttura universale e la perfezione divina.

La struttura del tempio è circolare e costituisce il centro ideale della composizione. L’ingresso frontale apre sull’infinito che simboleggia una prospettiva capace di andare al di là dei vincoli e dei confini umani.

Alcuni gruppi di persone sono disposti a destra e a sinistra e hanno un andamento ritmico circolare che sembra creare una parabola inversa rispetto alla circolarità dell’edificio.

Questa armonia e questa compostezza esaltano il risultato prospettico ricercato dall’artista.

Così può essere e diventare nella vita delle persone e delle aziende. Armonia, eleganza, bellezza, consapevolezza delle emozioni e della loro gestione; tutto ciò può aiutarci a estendere la nostra prospettiva oltre i confini che, spesso, sono costruzioni e costrizioni che noi stessi erigiamo intorno a noi.

Andare oltre, guardare attraverso, creare nuovi punti di fuga per il nostro campo visivo sono azioni che richiedono tranquillità, autoconsapevolezza e rigore di pensiero, il quale non significa ottusità di ragionamento, ma esattamente il contrario: essere cioè capaci di tracciare linee che riescano a superare i confini del conosciuto.

Due domande per riflettere:

Armonia, equilibrio, eleganza. Quali significati possono assumere questi termini nel mio team?

In quali ambiti e relativamente a quali obiettivi può essermi utile spingere lo sguardo oltre il conosciuto, cercare prospettive nuove e inesplorate? Costruire nuovi percorsi di pensiero?

 

Questo significa Dall’Arte alla Leadership

Questo è il significato autentico di “Dall’Arte alla Leadership”: un ponte capace di mettere in relazione due imponenti espressioni dell’anima e dell’intelligenza umane al servizio della crescita e dell’evoluzione di tutti, sia in ambito personale sia in ambito professionale.

Vieni a scoprire nel dettaglio il percorso “Dall’Arte alla Leadership”; potrai iscriverti direttamente dalla pagina, o contattarci per descrivere nello specifico le esigenze del tuo team o della tua azienda.

Dall’Arte alla Leadership

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