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bambina soffia sul dente di leone

Non ci sono più le mezze stagioni

Chiedete a una persona che soffre di allergia ai pollini delle fioriture se non ci sono più le mezze stagioni.

“Non ci sono più le mezze stagioni”. Cosa vuole sottintendere questa frase un po’ scontata e figlia di una certa predisposizione al lamento? Di fatto, da quelle parole emerge una sorta di nostalgia per qualcosa che non è più come una volta, come magari è nel ricordo di chi la pronuncia, perché collegata a situazioni e realtà che non sono più le stesse, a persone che non ci sono più, a un sé che non è più quello di un po’ di anni prima.

Non sono le mezze stagioni a non esserci più, chi non c’è più è la persona ricordata in quelle mezze stagioni ormai passate, connesse indissolubilmente a emozioni, esperienze, sentimenti che non torneranno.

Questo è anche il cambiamento: la consapevolezza che quando abbiamo finito di leggere un libro, possiamo anche decidere di riaprirlo da principio e rileggerlo da capo, ma troveremo di sicuro una storia diversa.

 

Eppure cambiare fa paura

Corridoio lungo e buio. Le ombre che si riescono appena a distinguere a pochi passi da noi vengono inghiottite in un nero compatto, opaco, sordo. Il terreno su cui poggiano i nostri piedi è indefinitivamente morbido; potrebbe essere terra umida, ma anche materiale sintetico. Arriva un ticchettio irregolare nel ritmo e nel volume, non riusciamo ad allineare il nostro passo a quella cadenza capricciosa. E da lontano sentiamo una musica noiosa, stridula; ci attrae e ci respinge contemporaneamente.

Non possiamo far altro che avanzare, perché il buio risucchia la strada percorsa e non ci permette di tornare al passato.

I passi vorrebbero essere lenti, misurati, valutati uno ad uno, per farci fare la cosa giusta, per non rischiare più del dovuto… e invece ci accorgiamo che stiamo procedendo a una velocità forsennata, protesi in avanti come se volessimo tagliare il filo di lana del traguardo; le pupille dilatate in cerca di luce; il cervello concentrato per cogliere un qualsiasi indizio di fine, o di principio.

Come possiamo dire che attraversare il momento del cambiamento sia particolarmente divertente? Quando attraversiamo il corridoio che ci porta fuori dalla nostra zona di comfort è difficile che ci sentiamo a nostro agio. Può darsi che l’adrenalina, la curiosità, l’aspettativa di ciò che troveremo in fondo al corridoio ci facciano procedere con una buona dose di fiducia in noi stessi e nel futuro, comunque cambiare è sempre impegnativo.

 

La storia ci aiuta

Non parliamo certo della storia che si studia sui libri. Parliamo della nostra storia, e non necessariamente di quella che abbiamo vissuto.

Ci riferiamo piuttosto alla storia che ci raccontiamo relativamente all’esperienza che stiamo vivendo. Noi ci raccontiamo continuamente la nostra storia, evidenziando determinati passaggi, soffermandoci su specifiche frasi e inquadrature, come farebbe un regista, uno scrittore, o uno sceneggiatore. E così scriviamo la nostra storia, frutto delle continue letture e interpretazioni di ciò che stiamo vivendo attraverso i filtri dei nostri paradigmi personali, delle nostre credenze su di noi, sugli altri, sul contesto.

Sono queste storie che creano le nostre emozioni e i nostri atteggiamenti verso la realtà in cui ci troviamo, e anche verso il cambiamento che stiamo affrontando.

Diventare consapevoli della nostra storia, scriverla per come vogliamo viverla, per quello che riteniamo possa essere un paesaggio a noi utile per la situazione con cui ci stiamo misurando, può diventare uno strumento efficace per predisporci nel migliore dei modi a vivere il cambiamento con fiducia e ottimismo.

 

Un corridoio è un corridoio

Buio o illuminato, largo o angusto, è comunque un posto di passaggio che ci conduce da una zona ad un’altra. È una strada obbligata se vogliamo scoprire cosa c’è dopo, se vogliamo continuare il nostro percorso di crescita da protagonisti, per non dover lamentarci delle mezze stagioni che non ci sono, ma accogliere invece la nostra nuova versione di noi in una primavera che c’è. Eccome se c’è!

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