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cinque gondole

Leader e Follower – 5^ puntata

IP e ER.

Cinque ferri da gondola. Abbiamo usato le barche per accompagnare questa rubrica. Questa settimana usiamo la gondola, un’imbarcazione straordinaria e unica, col suo scafo asimmetrico che le conferisce una particolare agilità e la lascia guidare da un solo remo. Vogate lunghe e lente per percorrere nastri argentei di strade d’acqua. Come i pensieri, rapidi eppure calmi, che accompagnano le emozioni e determinano i comportamenti.

Talvolta ci siamo lasciati sospingere dal vento che gonfiava le vele, altre volte abbiamo seguito il dolce sostegno delle onde calme; ora, per questo ultimo tratto di navigazione, ci abbandoniamo al languore del dondolio della laguna.
Ci troviamo così a scoprire le quattro lettere che rimangono ancora da esplorare: la I e la P della Leadership e la E con la R di Follower.

 

I – Immaginare

Cos’è l’immaginazione? Forse una delle componenti più preziose e più potenti della mente.

Si parla pochissimo di immaginazione. Sia in filosofia sia in psicologia, questo argomento è lasciato ai margini, quasi ignorato. Immaginare non significa usare la creatività o la fantasia.

La creatività è la capacità di dare vita a qualcosa – un pensiero, un oggetto, un prodotto artistico – e quindi ha una ricaduta concreta sul mondo che si apre ai nostri sensi. La fantasia è la facoltà di riprodurre o inventare immagini mentali in rappresentazioni complesse, in parte o in tutto diverse dalla realtà; la sua etimologia ci spiega come la fantasia sia strettamente legata all’aspetto visivo del nostro pensiero: essa deriva dal greco “phantasia”, cioè apparizione.

L’immaginazione non ha nulla a che vedere con le immagini, tantomeno con qualsiasi manifestazione percepibile con i nostri sensi, perciò, non è nulla che possa essere ricondotto all’idea della sensazione, cioè di qualcosa a disposizione di uno o più dei nostri percettori sensoriali.

Bene, abbiamo visto tutto ciò che l’immaginazione non è. Ma che cos’è, allora?

Qualcosa che, in qualche modo, può spiegare l’immaginazione è ciò che il filosofo Daniel Dennel chiama CWC “Competence Without Comprehension”, cioè il saper fare senza comprendere il come.

L’immaginazione è la profonda sicurezza che la strada è quella, che ciò che dobbiamo fare è esattamente quella cosa, che ciò che dobbiamo rispondere è esattamente quella frase, che la decisione che dobbiamo prendere è esattamente quella e non un’altra.

Per sviluppare la nostra immaginazione dobbiamo abbandonare le nostre competenze e le nostre sicurezze concrete, quelle legate alla realtà di tutti di giorni. Dobbiamo avere il coraggio di tornare a essere piccoli e indifesi, per abbandonare la maschera del nostro ruolo e accettare di perderci per poi rinascere con maggiore conoscenza di noi e dell’immenso tesoro che è già in noi.

Nella Divina Commedia, Dante ci racconta sin dai primi versi, il suo percorso di crescita e potenziamento, attraverso l’accettazione di perdersi e abbandonarsi completamente alla sua morte metaforica per poi risalire e rinascere.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura…”

Abbandonare le proprie conoscenze, le proprie sicurezze, il proprio cammino fa paura, certo. Ma allontanarci da ciò che sappiamo e pensiamo di essere è l’unico modo per trovare una nuova parte di noi; o meglio, quella parte di noi che è già in noi, ma è stata sepolta dalle macerie dei nostri paradigmi, dei ruoli che abbiamo scelto o ci hanno cucito addosso, dalla strada a senso unico che abbiamo percorso per anni.

Quando ci inoltreremo anche noi nella nostra personale foresta oscura, allora incontreremo un noi più profondo e potente; un noi capace di guardare oltre ciò che la realtà quotidiana è in grado di metterci a disposizione, e scopriremo così gli infiniti e straordinari spazi dell’immaginazione.

Un leader che trova il tempo, la voglia e il coraggio di addentrarsi in quella selva oscura e incontrare un nuovo e straordinario contatto con sé, allora potenzia al massimo la sua capacità di immaginare ed evolve a un livello ancora più alto.

 

P – Poltrona

Poltrona. Molte volte simbolo indiscusso della pigrizia e della lentezza.

Poltrona e leader sembrano due parole che non possano andare d’accordo, specialmente in questo particolare momento storico in cui sembra che la velocità sia uno dei valori più importanti di un’azienda e, ovviamente, di chi ne è alla guida.

Come è possibile capire e interpretare la realtà in cui si vive se non si ha il tempo di analizzarla? Come è possibile comprendere il significato di alcune scelte e dinamiche se ne veniamo travolti?

C’è bisogno di fermarsi, di prendere le distanze, di mettere degli spazi. Se tutta la vita scorre a ritmo continuo senza consentire il tempo necessario per capirla, per imparare da essa, per farla diventare maestra e guida della nostra crescita, qual è il senso della corsa forsennata che stiamo facendo?

Un leader cammina avanti e si assume la responsabilità anche per chi lo sta seguendo. Se non può mai fermarsi e capire dove si trova, se la strada è sempre corretta, se sono sopraggiunti pericoli o nuove opportunità, se il gruppo è gagliardo o stanco, come può pensare di interpretare al meglio il proprio ruolo?

Potremmo mai fidarci di un autista che, per farci arrivare primi, dimentica di riposare, di verificare il perfetto stato dell’auto, di nutrirsi, di studiare la mappa?

Poltrona è un altro modo per dire “fermiamoci”. Recuperiamo le forze fisiche, emotive, intellettuali, psicologiche; facciamo analisi; comprendiamo il senso e il significato di ciò che abbiamo fatto e di ciò che intendiamo fare; osserviamo il contesto; entriamo in relazione col team.

Non stiamo perdendo tempo. Stiamo investendo sui futuri successi di tutti.

 

E – Elementare

C’è un ufficio che è presente in praticamente tutte le strutture organizzate del mondo. Talvolta, nella stessa azienda, se ne trova più d’uno. È l’Ufficio Complicazioni Affari Semplici.

Cosa spinge, talvolta, le persone a rendere faticose, lunghe e noiose alcune attività che, in realtà, sarebbero molto più veloci e semplici?

Non c’è una sola risposta, ovviamente. Capita che a rendere le cose complicate non sia la volontà di chi le esegue fisicamente; tuttavia, talvolta sono le persone direttamente coinvolte che fanno fatica a riconoscere soluzioni e opportunità a loro disposizione.

Recuperare la capacità di accorgerci di quanto è intorno a noi e non aspetta altro di essere colto e valorizzato può essere un passo importante per l’efficienza e l’efficacia del nostro lavoro e del lavoro del team di cui facciamo parte. Per ottenere questo risultato dobbiamo allenare alcune capacità e caratteristiche, tra cui l’osservazione, l’analisi e la fiducia.

Osservare è imprescindibile. Non possiamo trovare se non guardiamo con attenzione; diventare attenti osservatori di noi, degli altri, delle situazioni; delle dinamiche: tutto può condurci a scoprire elementi utili al raggiungimento degli obiettivi in modi e tempi più funzionali.

Analizzare per capire veramente, senza dare nulla per scontato, oppure facendo riferimento a informazioni o conoscenze non più attuali. Avere un’idea chiara della situazione, delle opportunità e dei vincoli consente di trovare la strada più corretta per raggiungere gli obiettivi.

La fiducia in noi stessi e negli altri aiuta a rendere qualsiasi processo più snello e focalizzato sull’obiettivo che si vuole raggiungere. Quando si lavora in un clima di sospetto, i tempi si allungano, le procedure si complicano, i passaggi si duplicano… e i risultati non arrivano.

 

R – Regole

Un gioco senza regole non diverte e non è equo. Le regole, sembra una contraddizione in termini, servono per garantire la libertà. La libertà di sapere in quale contesto ci stiamo muovendo, quali sono i confini, cosa possiamo fare, cosa dobbiamo o non dobbiamo fare; cosa possiamo aspettarci dagli altri e cosa gli altri si aspettano da noi.

Se non c’è alcun tipo di organizzazione, se non sono previsti processi di lavoro, tutto è fatto alla rinfusa, in modo caotico e non finalizzato. E gli obiettivi rimangono distanti, sullo sfondo.

Osservare le regole non vuol dire seguire in modo pedissequo le indicazioni di altri. Significa conoscere ciò che è previsto dall’organizzazione del team di cui facciamo parte, nonché essere consapevoli di dove noi ci inseriamo – all’interno di quell’organizzazione – attraverso il nostro lavoro e il nostro contributo.

In questo modo, le regole non sono ostacoli, bensì mezzi e strumenti per raggiungere, con la massima efficacia ed efficienza, i risultati attesi.

E le regole che si scavalcano? O che si trascurano? Per fare un passo distante dalle regole, è necessario prima di tutto conoscere queste molto bene, e sapere anche conseguenze e rischi collegati alla loro inosservanza. Sarà poi l’intelligenza, la competenza, l’esperienza e il senso di responsabilità di ognuno di noi che ci guideranno nella scelta di comportamento.

Le regole esistono per poter essere cambiate, migliorate, messe in discussione, snellite, integrate. Il processo continuo di miglioramento delle regole garantisce il parallelo percorso di evoluzione della qualità e dell’efficacia di ogni processo di lavoro.

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