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La fiaba di come Duemilaventitre guarì dalla depressione

Duemilaventitre si svegliò quel mattino con una sorta di inquietudine, in bilico tra l’ansia e la tristezza. La notte era stata agitata; aveva portato con sé frammenti di sogni confusi di cui ora non riusciva a dare una interpretazione logica.

“È solo il 22 agosto” disse a se stesso, con un sussurro, “forse potrei avere ancora tempo per far accadere qualcosa di buono, addirittura di meraviglioso. Tra un mese dovrò trasformarmi in autunno; tutto diventerà più difficile. Le persone saranno un po’ più pigre e malinconiche, l’aria comincerà a raffreddarsi, il cielo sarà un po’ più grigio e opaco, le prime piogge, lente e noiose, imperleranno di gocce pesanti le foglie sempre meno verdi e sempre più fragili. E io invecchierò”.

Duemilaventitre si lasciava trasportare da questi pensieri e non si accorgeva del sole sfavillante che aveva accolto quella splendida giornata di agosto. Il pensiero che l’ottavo dei dodici mesi a sua disposizione stava finendo lo rattristava, lo faceva sentire impotente di fronte allo scorrere del tempo.

Rimase immobile, pensieroso, accomodato sulla sua poltrona estiva, fatta di mare e ricoperta con un leggero foulard di girasoli. La sua mente vagava tra quei pensieri e lo accompagnò in un sonno profondo.

C’era accanto a lui un ragazzino dagli occhi verdi, vispi; il suo fisico snello e irrequieto era avvolto in un impermeabile blu. Sbocconcellava un grappolo d’uva, dagli acini dorati, grandi e turgidi. Masticava assaporando la dolcezza di quelle perle succose, e intanto guardava con curiosità quell’anno che, pur ancora giovane, stava fermo e ingobbito, come se fosse stato già dicembre.

“Ehi, sveglia! È mattina. Non è il momento di dormire. Che razza di agosto sei?”.

“Lasciami stare, mi sento così solo e stanco. Ho il diritto di deprimermi nella mia poltrona estiva!”.

“No, non ti lascio stare affatto. Tra poco io dovrò tornare a scuola e i miei genitori rientreranno al lavoro. Non sopporto di vedere un’estate così fiacca e inconcludente. Voglio un’estate come è giusto che sia: piena di energia, di entusiasmo, di allegria. Non stai facendo il tuo dovere. Forza, alzati!”.

Duemilaventitre guardava quel ragazzino che gli impartiva ordini e non riusciva a capire da dove fosse saltato fuori. Lì, gli umani non potevano arrivare. Come era riuscito a varcare i confini che separano la Terra dalla dimensione in cui si governa lo spazio e il tempo? Quel pensiero lo indusse ad assumere una posizione più eretta; si protese verso quel fanciullo impertinente e lo scrutò con occhi attenti e severi.

“Tu non sai niente di cosa devo fare io! Quante estati ci sono tra le tue memorie? Scommetto dieci, undici al massimo. Vuoi insegnarmi tu cosa devo fare?”

“Ho ben dodici estati al mio attivo” rispose con orgoglio il ragazzino, “e, se non mi sbaglio, la tua è la prima e l’unica estate della tua vita. Quindi, accetta un consiglio: goditela!”.

“È proprio questo il punto” sospirò l’anno, “il mio tempo sta per finire, e non ho fatto ancora accadere nulla di meravigliosamente eccezionale. Mi piacerebbe che nel prossimo gennaio, voi umani poteste leggere tra i vostri tanti e-book, uno che portasse il mio nome nel titolo, e raccontasse di tutti i miracoli che ho fatto accadere. Ma temo che così non sarà…”.

“Ti sbagli, mio caro Duemilaventitre. Ti sbagli su tutto. Tu ti senti vittima del tempo che passa, e pensa che noi, sulla Terra, siamo convinti che il tempo sia tu. E ti sbagli anche credendo che la responsabilità di rendere meravigliosa la vita delle persone sia tua. Invece, quella responsabilità è di ognuno di noi. Tu preoccupati soltanto di tingere dei colori più belli e di illuminare con le luci più affascinanti ogni angolo del nostro pianeta; fai sì che la natura possa seguire il suo ritmo e riesca a donare i suoi frutti. Regala a tutti noi albe spettacolari e tramonti emozionanti. Fa che la neve sia candida e soffice, che la pioggia sia discreta e ristoratrice, che il sole riscaldi senza ferire, che il vento accarezzi senza distruggere. Al resto, ci dobbiamo pensare noi; farti diventare meraviglioso è una nostra responsabilità. Adesso alzati e vai a fare l’estate come si conviene a un anno straordinario!”.

Duemilaventitre si riprese dal suo torpore e si sorprese a sorridere senza motivo. Aveva voglia di ridere, di giocare, di fare scherzi. Si alzò agilmente dalla sua poltrona e riempì il cielo di ogni angolo della Terra di arcobaleni scintillanti.

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