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Il nuovo volto del leader gentile

Gentile deriva dal latino gentilis, della stessa famiglia; da gens formazione famigliare allargata, e da gignere generare; intendendo quindi il generato da un medesimo capostipite.

Se ne può dedurre che essere gentili significa comportarsi come appartenenti alla stessa famiglia; usare quel sentimento di fratellanza che riserviamo alle persone a cui vogliamo bene.

Questa è la gentilezza: tendere una mano verso chi è in difficoltà; regalare un sorriso a chi ci è vicino; rispettare il pensiero e il sentire di tutti. Sembrano cose semplici, eppure poi, nella vita di tutti i giorni, cadiamo vittime dei pregiudizi che ci allontanano dagli altri solo perché non la pensano come noi, oppure semplicemente lavorano in un ufficio diverso, o non hanno risposto del tutto alle nostre aspettative.

Quanto costa e quanto è pericoloso essere gentili? Quanto è difficile pensare che gli altri sono fatti esattamente come noi e, come noi, hanno bisogno di essere trattati con rispetto e con un po’ di accoglienza?

La gentilezza è un boomerang: quando la inviamo agli altri, ci ritorna, riuscendo a moltiplicare le nostre energie e la nostra capacità di essere ottimisti e carichi di voglia di essere ancora più gentili.

La gentilezza, talvolta, viene descritta come l’espressione di una falsità di fondo, di una cortesia stucchevole e sdolcinata. Dalle persone che non usano la gentilezza nella loro comunicazione e nelle loro relazioni, capita di sentir pronunciare frasi di questo tipo: “Io sono una persona schietta, onesta. Dico pane al pane, e vino al vino, senza tanti fronzoli”, come se rivolgersi con gentilezza agli altri fosse una caratteristica di coloro che creano relazioni false e superficiali.

Certo questa filosofia può rappresentare un bell’alibi: possiamo trattare male chi abbiamo intorno, e poi abbiamo anche il diritto – proprio in virtù della nostra mancanza di gentilezza – di autoproclamarci persone autentiche e oneste.

La gentilezza, più che un costo, rappresenta un ricavo. Ciò è vero per chiunque, ma in questo momento può avere un’importanza specifica per i leader che devono fronteggiare atteggiamenti mentali, attese ed esigenze nuove tra le persone dell’azienda. Vediamo come.

 

Il valore della gentilezza

Vivere guidati dal valore della gentilezza ci aiuta a sviluppare un atteggiamento positivo incondizionato nei confronti degli altri, ci rende più resilienti e ci permette di far maturare i nostri talenti e quelli degli altri, che vuol dire avere più possibilità di raggiungere i nostri obiettivi.

Diversi studi in ambito piscologico dimostrano che la gentilezza è correlata al benessere, alla creatività e alla stabilità relazionale.

Avere relazioni più positive, significa non solo vivere con maggiore soddisfazione la nostra vita sociale, vuol dire anche creare una efficace rete di cooperazione e sostegno che può aiutarci a raggiungere le nostre mete e a superare le difficoltà.

La mancanza di gentilezza ci allontana dagli altri fino a relegarci in un allarmante individualismo, a un isolamento dannoso per tutti.

Viviamo nell’era della comunicazione, della collaborazione attraverso reti sociali reali e virtuali. Chi si allontana da questo sistema annulla il proprio ruolo e, nelle situazioni più estreme, anche se stesso.

Il capo temuto, guardato da lontano con reverenza, non può più esistere. È necessario adottare stili di leadership che si basino sul confronto, sull’ascolto, sul rispetto e sulla gentilezza.

La gentilezza è un atteggiamento estremamente elaborato e potente che, per essere reso concreto necessita di competenze specifiche come l’empatia, la consapevolezza e il controllo delle emozioni, l’assertività, il rispetto di sé e degli altri, un’alta intelligenza emotiva.

 

Cammina nei miei mocassini

Un antico insegnamento Sioux dice: “Prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini”.

Potremmo dire che in queste poche parole si sintetizzano efficacemente gli elementi dell’empatia. È un po’ come dire: “mettiti nei miei panni”. L’empatia è infatti la capacità di capire ciò che sta provando il nostro interlocutore; non vuol dire che è necessario provare ciò che prova l’altro, è sufficiente capire.

L’empatia è la capacità che ci permette di ascoltare senza giudizio, di accogliere il pensiero altrui, di verificare i nostri punti di vista.

L’empatia è preziosa per instaurare e far evolvere relazioni sane e proficue per noi e per gli altri.

 

Padroni delle emozioni

Le emozioni sono il motore delle nostre azioni. Ciò accade sia quando le emozioni sono positive ed edificanti, sia quando sono negative e distruttive.

Non si tratta di reprimere le emozioni o di ignorarle. Quando le emozioni non sono vissute, mettono in atto la loro vendetta palesandosi attraverso il corpo che subisce gli effetti negativi di quanto abbiamo voluto sottovalutare.

Essere padroni delle emozioni significa riconoscerle, accoglierle, capire cosa stiamo provando e perché; significa perciò vivere in modo completo le nostre emozioni, con consapevolezza, anziché farci vivere dalle emozioni e rimanerne vittime impotenti.

Vivere le emozioni significa riuscire a guidare i nostri pensieri e le nostre azioni anche in situazioni di forte stress, in cui corriamo il rischio che la nostra gentilezza sia messa alla prova.

 

Da dove guardiamo gli altri

In quale posizione sentiamo di trovarci quando ci relazioniamo con gli altri? Ci sentiamo in posizione di superiorità, oppure di inferiorità? Oppure ci sentiamo allo stesso livello? Se questo ultimo caso rappresenta la nostra percezione quando siamo di fronte a un interlocutore, significa che siamo assertivi.

L’assertività si sperimenta quando sentiamo di essere sullo stesso piano della persona che abbiamo di fronte.

Quando ciò non accade significa che siamo in un rapporto di passività o di aggressività.

Essere assertivi vuol dire rispettare noi stessi e gli altri; in questo modo è molto più semplice il confronto e la negoziazione in cui idee e punti di vista diversi sono ascoltati e accolti e possono diventare un’ottima base per raggiungere accordi utili per tutti.

 

L’autostima è la porta verso il rispetto dell’altro

Esistono molte definizioni di autostima, una delle più sintetiche e accettate è questa: “Insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso”.

Ci sono tre elementi che concorrono a formare quasi tutte le definizioni di autostima:

• la capacità per la persona di auto-osservarsi e quindi di auto-conoscersi;
• la capacità di valutazione che permette un giudizio generale di se stessi;
• la capacità di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.

Se e quando non siamo in grado di dare valore a noi stessi, sarà molto difficile riuscire a dare valore agli altri. E se gli altri per noi non hanno valore, sarà ancora più difficile riuscire a relazionarci con loro con gentilezza.

 

Non esiste solo il QI

Ormai da molti anni abbiamo capito che il QI non è e non può essere considerato l’unico elemento attraverso cui misurare e valutare l’intelligenza di una persona.

Il famoso psicologo Howard Gardner ci parla di 9 diverse tipologie di intelligenza, e Daniel Goleman si focalizza in modo specifico sull’intelligenza emotiva: cioè la capacità di capire ed entrare in relazione con i nostri stati d’animo e con quelli degli altri, per permettere la nostra crescita personale e relazionarci in maniera efficace e costruttiva.

 

E quindi?

Quindi, quando si parla di gentilezza, non si sta parlando solo di buone maniere, della piacevole abitudine di accompagnare le nostre richieste con “per cortesia”, “scusa”, “grazie” e così via. Si parla di relazionarsi con gli altri con attenzione, apertura e disponibilità all’ascolto, con rispetto per loro e per le loro idee.

Essere leader gentili significa essere leader capaci di guidare il team verso il successo attraverso la soddisfazione e il benessere di tutti.

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