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Il magico potere di una curva

A quale curva ci stiamo riferendo? La curva ha in sé un carattere che le attribuisce qualcosa di indefinito e in divenire. La curva è morbida, non rigidamente sottomessa a uno schema che può prevedere una sola soluzione. È simbolo di duttilità, di disponibilità al cambiamento, di mistero, di accompagnamento verso un panorama inesplorato.

La curva del punto interrogativo ha dentro di sé quest’attitudine. Il punto interrogativo nasce per esplorare, per capire, per condurre l’indagine verso la scoperta, per aprire la riflessione e contribuire alla creazione di un mondo che, forse, senza quella domanda, sarebbe rimasto un passo indietro.

Le domande non sono tutte uguali. Usarle con sapienza e al momento giusto può rappresentare uno strumento particolarmente efficace per guidare il pensiero e la riflessione del nostro interlocutore, per aiutarlo a scoprire verità su di sé o sul suo mondo di riferimento di cui non immaginava neppure l’esistenza.

 

Le domande aperte

Le domande che permettono la riflessione a più ampio raggio sono le domande aperte. Nella maggior parte dei casi iniziano con uno di questi termini: cosa, come, quando, dove, perché, chi.

Una domanda aperta offre a chi la riceve la massima libertà nella strutturazione della risposta, sia rispetto al contenuto sia riguardo alla lunghezza e all’ampiezza della riflessione.

Possono essere molto utili all’inizio di un colloquio, per introdurre un tema, per non essere vissuti come invadenti o incalzanti. Quando la domanda aperta è neutra, essa permette all’interlocutore di spaziare col pensiero a 360°.

Un esempio di domanda aperta neutra può essere: “Cosa pensi della tua attività e del tuo ruolo?”.

Le domande aperte possono essere anche canalizzanti, quando vogliamo che la persona a cui ci rivolgiamo, si focalizzi su un aspetto della questione. In questo caso, la domanda potrebbe essere: “Quali sono gli aspetti positivi della tua attività?”. È chiaro che stiamo chiedendo alla persona di pensare agli aspetti positivi e non a qualsiasi aspetto del suo lavoro.

 

Le domande chiuse

Le domande chiuse sono quelle che offrono spazi molto più definiti all’interno dei quali trovare la risposta. Le scelte sono molto limitate e si concretizzano in poche parole: sì, no, non so, forse, abbastanza, poco. Non sono previste tante altre opzioni.

Sono domande di verifica che possono essere utili proprio per fare sintesi sulle informazioni già possedute. Tante domande chiuse, una dopo l’altra, possono essere vissute con fastidio dall’intervistato e provocare anche un certo senso di invasione dello spazio personale.

L’errore che tante volte si tende a fare è usare le domande chiuse per conoscere elementi nuovi della questione; in questo modo rischiamo di perdere l’opportunità di ricevere informazioni e, soprattutto, non aiutiamo il nostro interlocutore ad andare in profondità.

 

Il Milton Model

Milton Erickson, straordinario terapeuta nell’uso del linguaggio, ha usato molte tipologie di domande durante gli incontri con i suoi pazienti per guidarli nell’esplorazione di sé. Da questo tipo di approccio ne è stato ricavato un metodo che si chiama appunto Milton Model.

La struttura e l’uso di questo modello non possono certo essere sintetizzati in un breve articolo di Blog, ma possiamo fare qualche semplice esempio di tipologie di domande molto efficaci, esse mettono l’interlocutore nella migliore condizione per capire meglio se stesso, i propri pensieri e le proprie motivazioni.

Le domande indirette, ad esempio, non hanno il punto interrogativo alla fine. Il cambio dell’intonazione della voce non fa percepire all’interlocutore che si tratta di una domanda; ciò può evitare che la persona si chiuda in difensiva o che senta la domanda come inopportuna o invadente.

Tra queste, possiamo citare le subordinate temporali. Si tratta di frasi rette da avverbi o congiunzioni temporali che dirigono l’attenzione dell’interlocutore su aspetti secondari, mentre la domanda significativa viene posta.

Facciamo un esempio: “Mentre decidiamo il giorno dell’appuntamento, potremmo anche valutare l’argomento prioritario con cui iniziare l’incontro”.

È chiaro che l’aspetto più interessante è decidere di cosa parlare prioritariamente; in questo modo, la domanda è “ammorbidita” dal tema secondario “mentre decidiamo il giorno dell’appuntamento”.

 

Sempre in questo modello troviamo i predicati di consapevolezza, molto utili quando stiamo accompagnando una persona in un percorso di crescita. Attraverso queste domande la aiutiamo a prendere consapevolezza del percorso fatto e dei traguardi raggiunti.

Facciamo un esempio: “Hai notato come hai già cambiato il modo di relazionarti col tuo ruolo da quando abbiamo iniziato questo percorso?”. “Hai idea di quanto sia importante il tuo contributo all’interno del team?”.

In questi casi, potremmo fare delle semplici affermazioni che il nostro interlocutore potrebbe condividere oppure no. Porre la domanda significa dare alla persona la responsabilità di valutarne il contenuto ed esprimere la “sua” idea in merito. Quando sarà lei o lui a dare conferma, non saremo soltanto noi a dire che il suo contributo nel team è importante; l’avrà detto lei o lui.

 

E questi sono solo pochi esempi.

Come abbiamo potuto constatare, l’universo delle domande è ampio e complesso; necessita di impegno e pratica, ma può offrire opportunità importanti per l’efficacia dei nostri colloqui.

Hai immaginato in quante occasioni potresti sfruttare le potenzialità di una domanda ben posta?

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