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Il fascino ambiguo della partenza

È il 1890 quando viene pubblicato “Seul” di Edmond Haracourt, un poeta francese. In questa raccolta di poesie si trova “Rondel de l’adieu”, il componimento che si apre con un verso destinato a diventare un adagio conosciuto e citato in tutto il mondo: “Partire è un po’ morire”.

La partenza viene infatti spesso avvicinata al significato dell’allontanamento e della conseguente chiusura di un periodo. In questa accezione l’atto di partire porta con sé una nota malinconica che nasce dal distacco da qualcosa o da qualcuno.

Partenza come chiusura e fine è il naturale significato di un gesto che trova la sua genesi nel passato.

Si parte quando qualcosa è finito, lasciando vite e affetti che, nel tempo, erano diventati quotidiani. Si parte e si rinuncia a tutto ciò che è stato e che non sarà più. Si parte con uno strappo, una lacerazione – anche fisica – vissuta attraverso un abbraccio senza fine, uno sguardo a chi o cosa non si vedrà più, una parola, una promessa.

La partenza, quindi, come generatrice di dolore e vuoto.

Da qui nascono le parole di Haracourt.

Ma nel verbo partire, a pensarci bene, c’è anche tutto l’opposto. Partire è sinonimo di inizio, di nascita e creazione. Nella partenza c’è la concretizzazione della voglia di esplorare e di scoprire; di dare vita a un pensiero o a un progetto; di buttarsi in una nuova avventura.

Ecco che la partenza pulsa di vita, fa illuminare lo sguardo e pone l’essere umano in uno stato di fremente tensione verso il domani.
In questo caso, la partenza non nasce nel passato ma si proietta verso il futuro.

È con questo spirito che noi partiamo nel nostro viaggio che ci accompagnerà per tutta l’estate.

I motori sono già accesi. Si salpa!

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