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Alla scoperta delle origini della festa

La “festa” è stata studiata nelle sue accezioni religiose e politiche già prima di diventare oggetto di indagine delle scienze sociali. Quando lo è diventato, con gli studi del sociologo francesce Èmile Durkheim, non si è mai completamente evoluto rispetto alle iniziali considerazioni sulla utilità o pericolosità della festa nei confronti dell’insieme sociale o di una devozione religiosa socialmente utile. Queste considerazioni sono state riprese nel Novecento, quando si è colta la scomparsa della dimensione comunitaria espressa nella festa.

 

Festa e rito

È abbastanza comune fare confusione tra festa e rito. Questi due termini non sono sinonimi e descrivono esperienze e situazioni tra loro vicine, ma non sovrapponibili. Mentre il rito è una sequenza formalizzata di azioni, la festa è, innanzitutto, un vissuto collettivo. Il rito è qualcosa che si fa, la festa è qualcosa che si sente. Il rito evidenzia una distinzione tra officianti e partecipanti, mentre la festa nasce addirittura per confondere le distinzioni.
Può capitare che feste e rito siano celebrati in contemporanea (pensiamo ai matrimoni), ma ognuno di essi ha caratteristiche e obiettivi diversi. Il rito è un insieme di azioni obbligate, la festa ne determina la cornice fatta del vissuto degli attori coinvolti nel rito, le cui azioni non sono sempre derivate dal rito stesso.

 

La concezione olistica della festa

La concezione olistica della festa comprende l’idea della festa come esperienza della comunità e quella della festa come esperienza del tempo. Sin dal Settecento, e fino ad oggi, tutte le più significative espressioni di festa rientrano nell’una o nell’altra di queste accezioni.

A partire dalla fine del Seicento, le preoccupazioni religiose unite all’illuminismo progressista fecero diminuire drasticamente la quantità di feste per evitare inutili sperperi di risorse e il divertimento smodato che esse portavano.

Una voce fuori dal coro fu quella di Rousseau. Egli sosteneva che la festa è uno strumento di unione di un “popolo” che agisce attraverso una molla emotiva, “Piantate in mezzo a una pubblica piazza un palo coronato di fiori, ponetevi intorno un popolo, e otterrete una festa” sosteneva. Per il famoso filosofo svizzero la festa non è soltanto occasione di divertimento, ma diventa un vero e proprio strumento di costruzione civile e di unificazione sociale.

Dopo Rousseau, la definizione più celebre di festa è quella del già citato Durkheim. Egli fonda la sua teoria sullo studio dei “primitivi” australiani i quali alternano periodi di isolamento sociale, usati per gestire le attività volte alla sopravvivenza individuale, a periodi di incontri collettivi, in cui essi vivono e sperimentano realtà diverse da quelle abituali.

Attraverso i pensieri e le teorie di Rousseau-Durkheim, si crea una identificazione tra festa e unità sociale, la quale diventa mezzo e manifestazione del sacro fondante della collettività.

Nel suo significato positivo, la festa è soprattutto un’esperienza della comunità attraverso la quale questa conferma i propri confini e i propri ambiti. Nel significato negativo, la festa è trasgressione, pur con ancora la principale funzione di rafforzare la comunità che ne è protagonista.

Per sintetizzare, la concezione olistica della festa si regge su una serie di contrapposizioni: sacro/profano, individuo/comunità, utile/spreco, norma/trasgressione.
Gli altri due elementi della festa, nel suo significato olistico, sono proprio la riunione comunitaria e la totalizzazione temporale.

 

Il protagonista della festa

Proprio la mancanza di questi due caratteri fondanti ha portato molti studiosi a sostenere che la festa sia ormai scomparsa.

La festa dell’individuo moderno non è più totalizzante; chi vi partecipa è anche, in parte, un estraneo che oscilla tra partecipazione e distacco. I flussi di pensiero ed emotivi, oltre ai significati simbolici non sempre condivisi fino in fondo che lo attraversano, lo portano talvolta fuori dal mondo della festa.
La stessa persona, nel contesto festivo, diviene attore plurimo di diverse situazioni. La festa, quindi, non basta più a se stessa e non riesce ad assorbire i protagonisti in una dimensione unica e totalizzante.

 

Il perimetro della festa

Gli elementi che delimitano lo “spazio” delle feste sono tre. L’umore festoso di cui parlava Freud. Lo si può definire “ethos festivo”, intendendo per ethos, come asserisce l’antropologo britannico Gregory Bateson “l’espressione di un sistema standardizzato di organizzazione degli istinti e delle emozioni degli individui“. I suoi tratti distintivi sono la gioia, la giocondità, la piacevolezza, il valore della socievolezza e l’atmosfera della partecipazione.

Il secondo elemento che delimita l’osservabilità di una festa è dunque la decisione collettiva – non esplicita, ovviamente, ma implicita nei comportamenti e nelle disposizioni – di utilizzare come prevalente riferimento comunicativo il modo simbolico. Non che questo venga usato solo nella festa, come è evidente, ma non v’è festa senza il suo uso. I simboli possono concretizzarsi nella scelta del tipo di abbigliamento, nel posto scelto per la festa stessa, nel tipo di interazioni che si sviluppano, nella scelta di codici di comunicazione ulteriori adottati (maschere, costumi, elementi accessori, motivo conduttore, etc.).

Il terzo elemento è che l’eventuale presenza o la centralità di un orientamento autorevole del modo simbolico non costringe tutti gli attori ad assumerlo come esclusivo riferimento simbolico. Questo è un punto nevralgico della distinzione tra rito e festa.

 

L’importanza della festa

Da questo breve excursus sulle origini e sui significati che una parola apparentemente così semplice come “festa” porta con sé, appare chiaro quanto sia importante dare spazio e dignità a questi momenti, anche e soprattutto all’interno della vita di team e intere aziende.

Non si tratta soltanto, come abbiamo visto, di trovarsi per un brindisi in compagnia, ma è piuttosto la creazione e il mantenimento di un’unitarietà sociale e antropologica all’interno di una comunità che vuole e deve condividere percorsi complessi di crescita e di successo.

 

Alcuni scatti de “La fiera dei doni del mare”:

       

       

        

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